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3 settembre 2009

Perché ribellarsi alla Realpolitik con Gheddafi

Chi non è compromesso con Gheddafi scagli la prima pietra. Il nostro governo è andato a festeggiare il 40mo della presa del potere del dittatore… proprio nel giorno in cui quest’ultimo invitava tutti i Paesi africani a rompere le relazioni con Israele e accusava gli ebrei di essere alle spalle di tutte le guerre. Berlusconi, con questa visita, vanta di aver raggiunto un grande risultato, perché così è possibile il respingimento dei clandestini, l’Eni può consolidare la sua posizione e le nostre imprese edilizie possono iniziare a investire: la prossima autostrada libica potrà diventare la nuova arteria del turismo mediterraneo. In Scozia, in compenso, hanno liberato il terrorista Al Megrahi, autore dell’attentato di Lockerbie (roba da 270 morti) rientrato trionfalmente in Libia. E se lo hanno liberato, non lo hanno fatto solo per motivi umanitari (perché è gravemente malato), ma soprattutto per la pressione del già zoppo governo Gordon Brown, che a sua volta ha agito probabilmente su pressione della British Petroleum, la quale non vede l’ora di concludere contratti miliardari con la Libia. Man mano che alcuni coraggiosi quotidiani come il Times scavano nella vicenda Al Megrahi, salta fuori un vero mercato arabo fra Londra e Tripoli. Si è mercanteggiato sulla memoria della povera poliziotta inglese, uccisa nel 1984 solo perché si trovava di fronte a una manifestazione di dissidenti libici… a Londra. Una vittima della repressione libica a distanza, assassinata da uno sgherro di regime nel cuore del mondo libero, adesso sarà oggetto di una nuova indagine della polizia, consentita dal regime totalitario nordafricano solo in cambio di un’altra indagine, dalle premesse assurde, sul presunto coinvolgimento dell’Mi5 in un tentativo di uccidere Gheddafi. E non si sa ancora quante altre cose il laburista Brown abbia patteggiato con un regime suo nemico, in cambio sempre della stessa cosa: l’interesse nazionale, la prospettiva di fare ricchi investimenti in un Paese “vergine”, che solo da questi ultimi due anni si sta aprendo al mercato. Chi si muove per primo ad accettare compromessi con il regime libico appare addirittura più furbo degli altri, perché "occupa" una fetta del nuovo bengodi promesso.

Di fronte alla liberazione di un terrorista, o alla partecipazione delle nostre Frecce Tricolori alla festa di un dittatore, la gente comune inorridisce. Ma i politici hanno la risposta pronta: “è realpolitik”, oppure “è interesse nazionale”. E forti di questi paroloni tacitano chiunque. L’uomo della strada si sente di nuovo piccolo e non mette più in discussione la scelta del suo rappresentante, anche se a prima vista gli fa schifo.

Ma è giusto che l’uomo della strada stia zitto? E’ giusto, è pratico, è conveniente per noi che si segua la “realpolitik”? La risposta è chiara: no. Prima di tutto perché un governo ha il dovere di proteggere l’incolumità dei suoi cittadini e NON ha alcun diritto di proteggere gli interessi economici di chi vuole investire all’estero.

In una società libera, in cui i diritti individuali siano veramente rispettati, gli imprenditori sono liberi di investire dove vogliono, a loro spese e a loro rischio e pericolo. Chiunque dovrebbe essere libero di investire in Libia, se proprio vuole. Ma, guarda caso, sinora pochissimi hanno potuto o voluto andare in quel Paese con le proprie forze. E’ troppo rischioso, le autorità locali si sono dimostrate violente e inaffidabili, il costo è altissimo, il rischio inaccettabile. Solo un imprenditore ultra-protetto dallo Stato può permettersi una simile operazione, dopo accordi intergovernativi ad hoc. E se lo Stato mette di mezzo appalti pubblici, sovvenzioni e accordi che richiedono una forte spesa della collettività per essere implementati, viola il diritto di proprietà dei suoi cittadini. Sottrae loro proprietà (tramite le tasse) a vantaggio di una sparuta minoranza. Come in molti altri casi, proteggendo investimenti in Paesi dittatoriali ad alto rischio, lo Stato si mette a promuovere, a spese della collettività, un’attività che è fuori mercato. Che in un mercato libero non emergerebbe mai. E come tutte le imprese protette dal pubblico, rappresenta più un costo che un ricavo.

Ancor più grave è il caso in cui lo Stato, per privilegiare gli investimenti di alcuni suoi imprenditori, sacrifica la sicurezza dei suoi cittadini. Su questo punto, sia Brown che Berlusconi sono convinti che la Libia, non solo non costituisca più una minaccia, ma addirittura sia un nuovo alleato nella guerra al terrorismo di Al Qaeda. Non c’è dubbio che Gheddafi stia combattendo il terrorismo islamico, all’interno del suo Paese (dove è all’opposizione). Ma è altrettanto indubbio che lo stia sostenendo all’estero (in primo luogo contro Israele). E non è detto che non riprenda, un giorno che sarà più tranquillo, anche la costruzione di armi di distruzione di massa, come ha sempre cercato di fare fino al 2003. Noi possiamo illuderci che, dando da mangiare al coccodrillo, questo non ci mangerà. Paesi molto vicini a noi stanno subendo ancora le angherie di questo dittatorello: la Svizzera ha ancora suoi cittadini tenuti in ostaggio in Libia, perché la polizia elvetica aveva fermato, per violenza, il figlioletto bullo di Gheddafi. L’impressione che se ne ricava è che, dando da mangiare a questo coccodrillo, non verremo neppure mangiati per ultimi: ci beccheremo i primi morsi in men che non si dica. Le dichiarazioni di Gheddafi al vertice dell’Unione Africana sono da intendersi come una dichiarazione di guerra al mondo occidentale, nel suo complesso. E le parole hanno un senso e un seguito immediato: quanti terroristi, quante bande armate, quanti pirati, quanti dittatori terzomondisti, da queste dichiarazioni, sentiranno di avere un nuovo motivo di essere nella lotta contro l’Occidente? Quanti ospiteranno terroristi, lasceranno carta bianca ai pirati, voteranno all’Onu contro le risoluzioni promosse da Usa e Gran Bretagna, pagheranno i terroristi palestinesi, incoraggiati dal presidente della più importante organizzazione sovranazionale africana? Queste sono le domande che ci dovremmo fare, prima di ammirare la liberazione di un terrorista malato o uno spettacolo delle Frecce Tricolori, il tutto fatto all’insegna della “realpolitik”.



31 agosto 2009

Un revival dell'Asse

Benissimo, cari quattro lettori quattro, dopo una serie di articoli estivi sulla I Guerra Mondiale (quando si dice: un programma trasmesso quando l’audience è al minimo) torno dalle vacanze negli Stati Uniti per parlare di attualità. E purtroppo le notizie che mi accolgono non sono affatto buone. Ce ne sono tre, arrivate in simultanea, che non fanno pensare a niente di buono. Apparentemente si tratta di cose molto diverse tra loro, ma sono causate dalla diffusione della stessa ideologia anti-occidentale.

La prima è la vittoria in Giappone del partito democratico di Yukio Hatoyama. So può esultare per la prima alternanza al potere della democrazia giapponese dopo 55 anni di dominio liberaldemocratico? Assolutamente no. Il nuovo premier Hatoyama ha più volte attaccato il sistema capitalista, che considera definitivamente tramontato dopo la crisi dell’anno scorso. E vede il libero mercato internazionale solo come una propaggine del presunto imperialismo americano. Come soluzione propone una serie di misure per staccare il Giappone dall’orbita americana e riagganciarlo all’Asia. Siccome i rapporti di forza si sono invertiti rispetto a quelli degli anni ‘30, se Hatoyama dovesse riuscire nel suo intento, il Giappone non tornerebbe a cercare di dominare l’Asia, ma finirebbe direttamente nell’orbita cinese. Da “colonia” dell’America diverrebbe una colonia (senza virgolette) della Cina. Si realizzerebbe anche qui un’altra profezia di Samuel Huntington, che nel 1993, nel suo “Scontro di Civiltà” prevedeva il distacco del Giappone dall’orbita occidentale nel nome di un nuovo “asianesimo”, non più motivato dallo spirito imperiale, ma da una rivendicazione di orgoglio identitario contro l’Occidente. Una rinascita, con altri mezzi e altri termini, della stessa rivalità che c’era nel Pacifico prima della II Guerra Mondiale.

La seconda notizia è il vertice di Tripoli dell’Unione Africana presieduto da Muammar Gheddafi. Lungi dal diventare più “responsabile” una volta investito del prestigioso incarico internazionale, il vecchio dittatore libico ha dichiarato esplicitamente che gli ebrei di Israele sono la causa di tutti i conflitti nel Continente Nero. E che occorre chiudere le relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico a livello continentale. E’ la summa della teoria del complotto ebraico, questa volta applicato alla realtà africana, che riecheggia i tempi di Hitler. Sia i nazisti che Gheddafi dicono le stesse cose, i primi vedevano negli ebrei la causa della sconfitta tedesca nella I Guerra Mondiale e l’origine di tutti i conflitti europei. Gheddafi (come i suoi amici islamisti) crede che gli ebrei siano all’origine della miseria e delle guerre nel terzo mondo.

La terza notizia, meno grave, è il discorso di Putin alla vigilia del 70mo anniversario della II Guerra Mondiale. Il premier russo ha denunciato come “immorale” l’arcinoto patto Ribbentrop-Molotov, ma di fatto lo ha giustificato come risposta sovietica all’accordo di Monaco raggiunto da Francia e Gran Bretagna con la Germania hitleriana. Il ragionamento di fondo è questo: siccome le potenze occidentali avevano già accettato di cedere un pezzo di Europa a Hitler, spezzando il fronte antifascista, Stalin era “costretto” ad allearsi con la Germania. Per invadere mezza Europa. Solo un sovietico può fare un ragionamento del genere e crederci. Putin, ufficiale del Kgb, ancora dopo 70 anni, non ammette la cruda realtà: che Stalin, alleato con Hitler, o da solo, o con altri alleati, aveva l’unico obiettivo di esportare il comunismo con la forza, ovunque potesse. E che è stato Stalin, assieme a Hitler, a scatenare la II Guerra Mondiale.

Queste tre notizie fanno capire una sola cosa: che la memoria della vittoria delle democrazie nella II Guerra Mondiale sta svanendo del tutto. Merito dell’Urss che, sedendo al tavolo dei vincitori, ha condizionato tutta l’ideologia e la storiografia post-bellica, minando la legittimità (altrimenti indiscussa) di Gran Bretagna e Stati Uniti. Ma dopo il collasso dell’Urss non ci sono più scuse. Il revisionismo, politico oltre che storico, è merito anche di un Occidente che continua a sentirsi in colpa, a flagellarsi intellettualmente, anche dopo che è rimasto l’unico vincitore. Ci siamo bastonati in continuazione per i nostri peccati, veri o presunti che siano, del colonialismo, delle bombe atomiche, del razzismo. Abbiamo imparato nelle scuole che, quelle che sono le nostre massime virtù (l’individualismo, il capitalismo, lo sfruttamento delle risorse naturali, l’espansione della nostra civiltà nei cinque continenti con la globalizzazione) sono le nostre colpe peggiori. Ed ecco il risultato: a settanta anni suonati dallo scoppio della II Guerra Mondiale, con i nostri complimenti, le forze che avevamo creduto di sconfiggere definitivamente, ora stanno tornando in pista, armate delle stesse ideologie. E in alcuni casi anche con gli stessi propositi.


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