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18 settembre 2009

Caro populista che vuoi il ritiro dall'Afghanistan...

Caro populista che vuoi il ritiro dei nostri ragazzi dall’Afghanistan,

lo so che sei rimasto colpito dalle immagini dei parà italiani ammazzati a freddo nel centro di Kabul, nel cuore di quella che dovrebbe essere la zona più sicura del Paese. Lo so che pensi che questa guerra non si possa vincere. Lo so che pensi che ci stiamo battendo in difesa di un governo corrotto e per di più non voluto dalla popolazione locale. Che non vale la pena di combattere per Karzai, dopo che questo ha provato a emettere leggi che legalizzano lo stupro entro le mura domestiche e ha vinto le elezioni nonostante 1 milione e mezzo di schede siano state contestate dagli osservatori europei. Lo so che ti senti al sicuro, parte di una maggioranza assoluta della popolazione (60% secondo il sondaggio di Mannheimer) che la pensa come te. Capisco la tua rabbia, caro populista. Capisco che, di istinto, ti venga da dire: “lasciamo che quei baluba si imbroglino e si scannino tra loro, non voglio più vedere una sola goccia di sangue italiano versata sulle loro fottute montagne”. Ma è proprio qui che sbagli: quei baluba non si limitano a scannarsi fra di loro. Vogliono scannare te. Ti ricordi che cosa è successo l’11 settembre del 2001? Forse no e se te ne ricordi so anche che adesso stai facendo gli occhi al cielo. Perché di quel giorno non se ne parla più. Obama non si è nemmeno degnato di celebrare la memoria di quell’attacco a New York. E quelli che ne parlano ancora quotidianamente sono solo i complottisti, neofasciti e neocomunisti o libertari molto “paleo” che pensano che dietro quei due aerei che si sono schiantati sul World Trade Center non ci siano i terroristi di Al Qaeda, ma i neocon, Bush e gli ebrei. Ma queste teorie non sono vere e sono convinto che, se tu le leggi bene, ti accorgi che sono delle patacche, scritte senza lo straccio di una prova che sia una, mosse solo dall’odio (anarchico, comunista o fascista, il risultato non cambia) contro il governo americano. La realtà è ben diversa ed è sotto gli occhi di tutti. La realtà è che un pezzo di mondo, che vuole imporre l’Islam con la forza, ti odia e vorrebbe ammazzare anche te alla prima occasione buona. Sì: ti vorrebbe morto, anche se tu non hai mai visto un integralista islamico in vita tua. Ti vuole morto perché sei cristiano, o agnostico, o ateo, o ebreo, o musulmano ma non appartenente alla sua corrente teologica. Ti vuole cadavere perché sei cittadino di un Paese che quella parte di mondo considera blasfemo, corrotto e degno di essere estirpato con la violenza.

Quindi, caro populista, se ci pensi bene, non ti conviene fare il populista. Non ti conviene dire una cosa come “ritiriamoci dall’Afghanistan” solo perché l’istinto della “massa” suggerisce di dirlo. Perché sono convinto che se capita un altro 11 settembre in casa nostra, se un tuo amico, parente o conoscente ci lascia la pelle (e il rischio è concreto, non stiamo parlando di fantasie) tu sarai il primo a dire: “andiamo là, spezziamogli le ossa, bombardiamoli a casa loro”, con la stessa foga con cui adesso stai dicendo “andiamocene dall’Afghanistan”. O mi vuoi dire che è meglio combattere gli integralisti islamici qui in casa nostra? Secondo te è davvero meglio aspettare che i terroristi vengano qui? Credi che si possa evitare un attentato controllando l’immigrazione? Ma non diciamo ca...te! L’11 settembre è stata un’operazione militare condotta da un rispettabilissimo ingegnere laureato in Germania, un uomo tranquillo che tu stesso avresti regolarizzato ad occhi chiusi. Vuoi cacciare tutti i musulmani? Fai pure: non risolvi niente, perché Al Qaeda inizierà a reclutare fanatici non musulmani se serve: di fanatici ne trova tantissimi in Occidente, gente disposta a massacrare nel nome di ideologie morte e pronta a farsi pagare dal primo jihadista deciso ad agire. Se credi di poter combattere il terrorismo con l’intelligence, sappi che non sarai mai al sicuro. L’intelligence da sola non ha mai vinto una guerra che è una. Quando ti trovi di fronte un nemico che prova ad ammazzarci tutti i santi mesi (perché Al Qaeda pianifica attentati tutti i santi mesi, sappilo), uno o due attentati andranno comunque a segno. E sono già troppi. In compenso, se vuoi dare poteri assoluti allo Stato per combattere il terrorismo, sappi anche che il tuo telefono sarà messo sotto controllo, che arriveranno a chiederti il passaporto anche per spostarti da Lodi a Milano, o da Caserta a Napoli, che istituiranno i check point sulle autostrade e che ti faranno una perquisizione anche prima di entrare al bar. Vuoi vivere così? No? Allora sappi, caro populista, che l’unico modo per vivere da uomo libero ed evitare che quei bastardi ti mettano una bomba nella tua città, è andare a combatterli a casa loro, in Afghanistan, in Pakistan, in Iraq, in Somalia, nel Sahara, in Indonesia, ovunque facciano il nido e si organizzino. Dimenticati del presidente Karzai. Chissenefrega di Karzai: potrebbe esserci lui come qualsiasi altro governo in Afghanistan, tanto in quei posti non c’è da fidarsi di nessuno, tutti più o meno odiano i cristiani, gli ebrei e i “senza Dio”. Non pensare che mandiamo i nostri volontari in Afghanistan perché difendano questi viscidi politici locali. Pensa che stanno combattendo per noi, per difendere le nostre case, per evitare che un domani non ci sia un fungo di fumo e detriti al posto della cupola di San Pietro o della cattedrale di Bologna. Pensa bene a queste immagini, sappi che rischiamo di vederle da un momento all’altro. E poi dimmi se sei ancora convinto di ritirare i nostri soldati dall’Afghanistan.




permalink | inviato da oggettivista il 18/9/2009 alle 14:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (27) | Versione per la stampa


11 settembre 2009

11 settembre: Paura della Libertà

La guerra contro il terrorismo, incominciata in risposta all’attacco di New York e Washington l’11 settembre del 2001, non è uno scontro fra civiltà diverse. Non è una guerra di religione, né una guerra tra ricchi del mondo contro poveri del mondo. E nemmeno un pretesto preso dagli Stati Uniti per espandersi in tutto il mondo e sedare il dissenso interno. E’ una guerra dichiarata contro un nemico che, per sua scelta, odia la modernità. Il Rinascimento e poi l’Illuminismo hanno dato il via a una profonda trasformazione della civiltà umana: da società chiuse, tecnologicamente statiche, caratterizzate da un’attribuzione di ruoli rigida e immutabile, l’umanità ha incominciato a muoversi verso un’unica società aperta, in cui ogni individuo può determinare il suo futuro e decidere il suo ruolo, secondo la sua, personale, volontà. Una trasformazione traumatica della vita aggregata di fronte alla quale le religioni tradizionali si sono adattate o, spaventandosi, hanno reagito con la forza. Il Cristianesimo, nei secoli, si è in gran parte adattato alla società aperta. L’Islam, proprio in quanto ex civiltà religiosa dominante e grande sconfitto del XX secolo, si è adattato solo in parte. La “paura della libertà”, che nell’Europa laica ha preso le sembianze mostruose delle religioni atee, dei totalitarismi comunista e nazionalsocialista, nel mondo islamico prende le forme dell’integralismo religioso: una parte di Islam che cerca di far rivivere presunti antichi splendori, di tornare a un’origine mitizzata, combattendo la modernità in tutti i suoi aspetti.

Nell’attuale dibattito culturale, questa particolare interpretazione della guerra al terrorismo, è sostenuta solo dagli Oggettivisti. Del tutto sconosciuti in Europa, abbastanza popolari negli Stati Uniti, sono un gruppo di filosofi allievi di Ayn Rand, romanziera e filosofa russa che, fuggita dall’Urss, ha esaltato più di chiunque altro la moralità e il successo del capitalismo americano, “l’unico sistema in cui gli individui si rapportano gli uni agli altri, non come vittime e carnefici, non come padroni e schiavi, ma come mercanti liberi, attraverso lo scambio consensuale per il mutuo beneficio”. La sua filosofia individualista radicale affascina ancora milioni di americani, che comprano i suoi libri (soprattutto i suoi romanzi filosofici “La fonte meravigliosa” e “La rivolta di Atlante”) o frequentano i corsi organizzati dalle associazioni fondate dagli allievi della Rand. A vent’anni dalla scomparsa della sua fondatrice, la filosofia oggettivista si dimostra ancora vivissima, sia nel dibattito culturale americano, sia nel movimentismo politico. Soprattutto dopo l’11 settembre, gli Oggettivisti sono letteralmente in prima linea nella battaglia delle idee che, negli Stati Uniti, si sta combattendo parallelamente alla guerra contro il terrorismo. Una battaglia che gli Oggettivisti sono disposti a combattere contro tutti: contro la destra religiosa, che identifica il nemico nell’Islam in sé; contro i liberal, che puntano il dito sulle presunte colpe dell’Occidente; contro i libertari e la Old Right isolazionista, che identifica l’origine dell’odio antiamericano nel presunto espansionismo statunitense.

“I valori sotto attacco…” scrivono i ricercatori del “The Objectivist Center” nella loro dichiarazione sull’11 settembre “… sono quelli fondamentali di una società secolare moderna. Nonostante siano stati formulati per la prima volta con l’Illuminismo europeo e siano pienamente abbracciati in America, questi valori non sono necessariamente occidentali o americani. Sono valori necessari alla difesa vita umana in quanto tale e fondamentali per il successo di qualsiasi civiltà. Allo stesso modo, il rigetto nichilista di questi valori è non è né peculiare all’Islam, né è condiviso da tutti coloro che aderiscono a quella religione. Il conflitto, fondamentalmente, non è fra la civiltà islamica e quella occidentale, né fra l’Islam e la Cristianità. E’ un conflitto fra la civiltà e il nichilismo.” Per nichilismo, ovviamente, qui non si intende la filosofia di Nietzche, ma la negazione e l’avversione della morale, una morale che è possibile applicare solo agli individui e alle loro scelte, che è possibile rispettare solo in una società aperta. In molti scritti oggettivisti, traspare l’interpretazione del radicalismo islamico come una filosofia puramente distruttiva: “Questi zelanti (i radicali islamici, ndr) stanno spingendo l’integralismo islamico verso una forma nichilismo puro, un scusa, che si nutre di invidia e che è guidata da puro odio, per l’annullamento di qualsiasi valore civile”, scrive James Bidinotto (The Objectivist Center). E’ una cultura che non intende costruire una società nuova e alternativa, ma che è unicamente finalizzata alla distruzione di tutto ciò che è “moderno” e “diverso”, dalle statue dei Buddha in Afghanistan alle Torri Gemelle di New York, a negare diritti e libertà, non a crearne di nuovi. E Robert Tracinski (Ayn Rand Institute) definisce l’Islamismo radicale esplicitamente come una “cultura della morte”, citando testualmente un dirigente del regime talebano, Mohammed Hussein Mostassed, il quale sosteneva che: “Gli Americani stanno combattendo per vivere e per godere dei beni terreni. Ma noi stiamo combattendo perché possiamo morire nel nome di Dio.” Precisamente quello che sostengono gli Oggettivisti, solo visto dall’altra parte.

Questa “cultura della morte” è una scelta consapevole, una posizione filosofica e politica scientemente adottata dai terroristi e dai regimi che li sponsorizzano. Non è una risposta a una politica aggressiva dell’Occidente. Tutti i ricercatori oggettivisti, al pari dei loro colleghi neoconservatori, non finiscono di sottolineare il particolare che la politica statunitense è sempre stata difensiva, almeno per quanto riguarda la regione mediorientale. Gli Stati Uniti non hanno mai posseduto colonie nel Medio Oriente e si sono limitati a proteggere l’esistenza di Israele, l’unica società aperta nella regione, essa stessa costretta a guerre difensive contro vicini aggressivi. Leonard Peikoff, presidente dell’Ayn Rand Institute ed erede legale della filosofa fondatrice, fa notare, anzi, come a qualsiasi concessione americana a vantaggio, prima del nazionalismo arabo, poi dell’islamismo, sia seguita un’intensificazione e una radicalizzazione dell’odio antiamericano. Nella storia dei rapporti fra gli Stati Uniti e i suoi nemici mediorientali, Peikoff non rintraccia alcuna dinamica di “azione-reazione”, ma solo una progressiva offensiva anti-occidentale e anti-americana, prima incentrata sulla nazionalizzazione dell’industria petrolifera, poi sulla graduale soppressione di tutti i diritti individuali fondamentali e infine sul confronto aperto, terroristico. Il terrorismo non nasce, dunque, per difendersi da qualcosa, ma è l’ultimo stadio di un’offensiva.

Il radicalismo islamico, inoltre, non è dettato dalla miseria. L’obiezione oggettivista a questa tesi (diffusa negli ambienti progressisti) è principalmente filosofica: l’uomo è dotato di libero arbitrio e sono le sue scelte a determinare sempre, in ultima istanza, le sue azioni. La miseria e la ricchezza, in sé, non determinano nulla.

E poi è da notare che tutti i principali terroristi e i regimi che li sponsorizzano sono ricchissimi.

L’odio che muove i radicali islamici non è rivolto contro la religione cristiana. Per lo meno: non solo. Non è il prosieguo della millenaria lotta fra Cristianità e Islam, perché non solo i Cristiani sono colpiti dal radicalismo islamico, ma anche tutti i Musulmani non radicali, gli Induisti, gli Ebrei, i Buddisti, i laici, gli atei… E il bersaglio principale dei radicali islamici, la loro fonte di odio, sono proprio le società meno religiose, più secolari, più libere e multiculturali e i loro simboli di libertà e benessere. Non è un caso che l’11 settembre, il più spettacolare attacco dei radicali islamici sia stato effettuato contro il simbolo del capitalismo mondiale, il World Trade Center e non contro un bersaglio religioso.

A due anni dall’abbattimento delle Torri Gemelle, a due anni dalla dichiarazione di guerra al terrorismo, come si stanno difendendo le nostre società aperte dall’attacco degli “adoratori di morte”, per usare i termini forti di Tracinski? “Male”, rispondono all’unisono gli oggettivisti, contrapponendosi all’ottimismo dei neoconservatori. “Stiamo ancora perdendo la guerra contro il terrorismo” ha sostenuto Yaron Brook (Ayn Rand Institute) in una conferenza tenutasi a Irvine, in California. E le frecce che può scoccare dall’arco della sua tesi, purtroppo, non sono poche: i principali sponsor del terrorismo, quali i regimi di Iran, Arabia Saudita, Siria, Pakistan, sono ancora al potere; la filosofia del radicalismo islamico non si considera sconfitta; la guerra continua in Israele, con gravi perdite per gli Israeliani. “Questa è una guerra ideologica” – sostiene Onkar Ghate (Ayn Rand Institute) – “un fatto che il nostro governo rifiuta di accettare. (…) Stupisce la paura che i politici hanno nel nominare il nostro nemico - l’Islamismo militante - e l’abitudine che hanno nel condannare il terrorismo, che è un mezzo usato dal nemico e non il nemico stesso.” Cattivi politici? Cecità nell’analisi? Non solo. I motivi di una mancata vittoria contro il terrorismo sono soprattutto culturali. James Bidinotto, nello specifico della guerra al terrorismo, individua tre branche della cultura occidentale che remano contro la causa della società aperta e della sua stessa sopravvivenza.

La prima di queste è il multiculturalismo. Discendente diretto del “mito del buon selvaggio” di Rousseau, è una filosofia che porta a sognare e mitizzare la natura, l’umanità primitiva del “buon selvaggio”, le società pre-industriali e a odiare il capitalismo e il progresso scientifico ad esso intrinsecamente legato. Dall’ecologismo al multiculturalismo e al relativismo morale la distanza è breve: il rispetto e talvolta l’ammirazione per società primitive, pre-industriali, o comunque radicalmente opposte alla società aperta occidentale, porta inevitabilmente all’affermazione che tutti i sistemi sociali e politici sono moralmente equivalenti. Le ricadute pratiche di quello che Tracinski (sulla scia di Ayn Rand) chiama “primitivismo” sulla guerra al terrorismo sono evidenti: si stenta, sia a livello di opinione pubblica, sia nelle alte sfere della diplomazia, a considerare illegittimi regimi tirannici che, oltre a minacciare la nostra sicurezza, torturano i loro stessi cittadini. Li si legittima, si cerca di comprendere le loro ragioni, in base alla loro cultura. In parole povere: non solo ci si rifiuta di giudicarli, ma li si sottovaluta o si ignora del tutto il pericolo che costituiscono.

Un secondo grosso ostacolo frapposto alla guerra contro il terrorismo è l’altruismo, il bersaglio morale polemico preferito da Ayn Rand. L’idea, tipica di gran parte della filosofia morale occidentale, secondo cui è morale ciò che implica il sacrificio di sé a beneficio di altri, del prossimo, della società. Nel nome di valori altruistici, i responsabili della politica estera statunitense, non hanno il coraggio di combattere dichiaratamente per la sicurezza dei cittadini americani. La “guerra al terrorismo” (solo il nome che le è stato dato è un programma), è condotta nel nome della “sicurezza collettiva”. Gli Stati Uniti non si pongono nella parte dell’aggredito che è legittimato a rispondere, con tutti i mezzi necessari alla vittoria contro l’aggressore, ma come la grande potenza che è disposta a sacrificare parte della sua sicurezza per la libertà del Mondo dal terrorismo. Nella guerra al terrorismo, i risultati pratici di questa politica altruistica sono essenzialmente due: il sacrificio della sicurezza dell’alleata Israele (a beneficio di un accordo con i Palestinesi che “disinneschi l’odio arabo e islamico”) e la remissione delle azioni di forza statunitensi al consenso dell’Onu. Benché la guerra in Iraq sia stata condotta unilateralmente da Stati Uniti e Gran Bretagna, la decisione statunitense di passare attraverso il consenso dell’Onu (costituita anche da dittature nemiche degli Stati Uniti) prima di agire, ha influito moltissimo sulla durata e sulla gestione della crisi, a svantaggio dell’immagine e della sicurezza degli Stati Uniti.

Terzo ostacolo: il comportamentismo, moda diffusa in tutte le scienze sociali e politiche, secondo cui tutte le azioni umane sono determinate non da scelte, ma dall’ambiente sociale circostante. In base a questa logica, buona parte dell’opinione pubblica (soprattutto progressista, ma anche libertaria) inverte il rapporto fra aggressori e aggrediti. Se i radicali islamici aggrediscono gli Stati Uniti, vuol dire che sicuramente, avranno subito precedenti aggressioni e vessazioni. Tutto viene letto nei termini di “spirale di violenza”, in cui aggressore e aggredito appaiono come due serpenti che si mordono la coda. Una mentalità diffusa che ha ricadute pesanti sulla guerra al terrorismo, che fa sentire in colpa i difensori, inducendoli a non sfruttare appieno le vittorie, che costringe a promettere aiuti e concessioni (sia in termini economici, che politici) a favore dell’aggressore. Una mentalità che, dall’altra parte, rassicura gli aggressori e conferma loro la giustezza della loro violenza.

Quarto ostacolo: il pragmatismo, cioè “quel vuoto chiamato filosofia” come Bidinotto definisce l’unica corrente filosofica nata sul suolo statunitense. Secondo il pragmatismo nessuna generalizzazione è possibile e nessuno standard è universalmente applicabile; che nulla è da considerarsi completamente vero o falso, giusto o sbagliato; che ciascuna situazione deve essere affrontata a sé, separatamente dal suo contesto; che la soluzione migliore è quella fondata sul compromesso fra le parti, dando ascolto alle pretese di entrambe. La mentalità pragmatica, ha ricadute ancor più gravi nella guerra al terrorismo: la politica estera statunitense non ha una direzione di lungo periodo, ma è in grado di fornire solo soluzioni a problemi di breve termine. Non stupisce che all’alba dell’11 settembre l’apparato di sicurezza statunitense fosse completamente inadeguato alla sfida che si trovava ad affrontare: la fine della minaccia sovietica aveva indotto a smantellare gran parte dell’intelligence. Anche negli ultimi mesi, la politica statunitense tende ad affrontare solo alcuni segmenti del nemico, ma non a combatterlo nel suo insieme. Gli Stati Uniti finanziano ancora alcuni dei principali sponsor del terrorismo, quali l’Arabia Saudita e il Pakistan e considerano come un valido interlocutore una leadership palestinese, che invece è legata a doppio spago con il terrorismo dei radicali islamici. Il Dipartimento di Stato stenta ad identificare i legami fra i vari regimi e i vari gruppi terroristici e preferisce, di volta in volta, credere di essere amico degli sciiti contro i sunniti, dei “radicali” contro i “moderati”, dei nazionalisti contro gli islamici… senza rendersi conto di trovarsi a combattere contro “tante gang mafiose che si sono unite contro un comune nemico”, stando all’analisi del neoconservatore Micheal Ledeen. Peggio ancora: la mentalità pragmatica induce a non credere a quello che i radicali islamici dichiarano di voler fare nell’immediato futuro. Perché nella mente di un pragmatico, parole e azioni sono due cose distinte. Così era durante la Guerra Fredda, quando i pragmatici del Dipartimento di Stato non credevano che l’Urss volesse seriamente esportare la rivoluzione, così è oggi con la guerra al terrorismo. Osama Bin Laden aveva dichiarato pubblicamente e per iscritto ciò che avrebbe voluto fare l’11 settembre. E lo ha fatto. Indisturbato.



8 settembre 2009

Chavez, a Venezia risveglia la voglia di dittatura

E cosa si dovrebbe dire quando un dittatore viene accolto da eroe al Mostra del cinema di Venezia? Solo una cosa: che in Italia c’è tanta voglia di dittatura. Questa è purtroppo l’Italia di oggi e le alternative sono sempre più mute, piccole e sterili.

Avevo sperato in contro-manifestazioni a Venezia, non dico dei dissidenti, ma almeno di quegli imprenditori che sotto il tiranno Chavez hanno perso tutti i loro averi da un momento all’altro. Non c’era nessuno, solo qualche cartello. Avevo sperato in qualche domanda cattiva da parte dei giornalisti, che si lamentano tanto del “regime” imminente qui in Italia e che avevano l’occasione, ieri, di andare a stuzzicare un dittatore vero, a capo di un regime vero, che nell’arco di pochi anni ha fatto chiudere una trentina di emittenti, monopolizza gli spazi televisivi, propina al popolo prediche da Grande Fratello. E invece: niente. Avevo sperato in un guizzo di orgoglio degli organizzatori della Mostra del Cinema. Speravo che qualcuno, come il rettore della Columbia University che aveva invitato Ahmadinejad a parlare nel suo ateneo, introducesse al pubblico il tiranno per quello che era: un “crudele dittatore”, esponendolo al pubblico ludibrio. E invece: niente, solo onori, tappeto rosso e firma di autografi. La forza è stata usata, civilmente, per allontanare i tifosi più esagitati. Speravo almeno che di fronte ai vari, ridicoli, discorsi non richiesti di Chavez, sul popolo, Dio, il cristianesimo e la lotta anticolonialista (a quasi due secoli dall’indipendenza venezuelana) scoppiassero risate, almeno da parte di una minoranza del pubblico. E invece: applausi, slogan e inno del Venezuela. Cosa ci aspettavamo dalla sinistra? Loro vogliono la dittatura, lo hanno sempre detto, lo hanno sempre fatto: quando va bene vogliono che un autorità politica diriga l’economia, quando va male vogliono che un’autorità assolutista diriga anche le nostre vite private. Si lamentano della censura solo quando qualcuno impedisce loro di prendere il potere assoluto. Non dobbiamo stupirci, la sinistra funziona così dai primi del ‘900. Nei primi anni 2000, in un decennio di lotta contro “l’esportazione della democrazia” di Bush ci hanno abituato a ragionare contro la democrazia e a favore delle dittature. I media e i professori universitari, i centri studi e le maestre elementari ci insegnano che i dittatori sono esponenti di una cultura diversa, che va rispettata. Il grande “change” introdotto dal messiah Obama nella politica estera è questo: dopo la “arroganza” democratica di Bush, oggi dobbiamo amare i dittatori come noi stessi. E’ il segno dei tempi.

E’ difficilissimo anche trovarla un’alternativa a questo mainstream. Proprio ieri, mentre Chavez sfilava al Lido, la Farnesina (che non è controllata dagli stessi nostalgici delle dittature comuniste di Venezia) confermava l’appoggio della candidatura di Farouk Hosny alla guida dell’Unesco. E così, con la nostra benedizione, avremo un antisemita esplicito, che dichiara di voler bruciare i libri scritti da ebrei, a capo di un organismo Onu che dovrebbe proteggere il patrimonio culturale dell’umanità. E’ difficile trovare un alternativa all’amore dei dittatori che la sinistra nutre da un secolo, quando il premier di centro-destra va ad abbracciare il dittatore Gheddafi, si dichiara amico intimo del dittatore Putin, manda il ministro degli esteri a stringere la mano al dittatore Assad.

E’ la “realpolitik”, insomma, basta con queste “pazze ideologie neocon” che vogliono combattere le dittature, difendere i diritti umani, liberare i popoli. Quelle sono robe da bambini, i veri uomini applaudono Chavez. E magari ne vogliono uno anche per l’Italia. Così da far tornare la Mostra del cinema di Venezia ai fasti di una volta: con Goebbels ospite e “Suss l’ebreo” (tragico preludio all’Olocausto) applaudito in sala.



4 settembre 2009

La piaga della diplomazia postmoderna

E adesso che cosa si fa con il nuovo Iran di Mahmoud Ahmadinejad? Con un governo in cui figura anche Ahmad Vahidi, ricercato per terrorismo internazionale? Si dialoga con i terroristi? Ci si siede attorno a un tavolo con un uomo che vuole distruggere Israele, accompagnato da un ministro che ha fatto uccidere a freddo 85 persone a Buenos Aires, facendo saltare in aria un centro umanitario della comunità ebraica? Non so quanti altri paradossi dovremo subire da questa diplomazia postmoderna, che pretende di considerare come interlocutore chi dichiara apertamente di non voler trattare.

Una delle caratteristiche della diplomazia postmoderna è il negoziato infinito. L’altra caratteristica è la guerra che è, allo stesso tempo, una non-guerra.

Il negoziato dovrebbe essere un dialogo fra due parti che hanno voglia di trattare per comporre interessi divergenti. Il negoziato con chi non vuol trattare è una contraddizione in termini. Quando non esistono argomenti, né valori in comune con la controparte, non c’è nulla da comporre. Come faceva notare il giornalista dissidente iraniano Amir Taheri, c’è solo una gran perdita di tempo e denaro speso in una serie di incontri volti a definire, non gli interessi in gioco, ma i termini stessi della discussione. Il dialogo in sé, perennemente rimandato, non inizia mai. In sette anni di negoziato con l’Iran non si è infatti mai arrivati al nocciolo della questione: alla rinuncia, da parte del regime di Teheran, del suo programma nucleare, pericoloso sia per Israele che per l’Europa (entrambi sotto tiro dei nuovi missili, potenzialmente nucleari), onde evitare lo scoppio di una guerra. La stessa cosa la vediamo con il cosiddetto “processo di pace” nel Medio Oriente, un negoziato che dura, inframmezzato da nuovi conflitti, fin dal 1993. Anche in questo caso non si arriva mai al nocciolo della questione: il riconoscimento di Israele da parte di un movimento palestinese che è stato militarmente sconfitto in ben tre occasioni (in Libano, nella I Intifadah e poi anche dopo la II Intifadah). Anche nel negoziato mediorientale si continua a discutere sui termini del dialogo (la “road map”), ma non si dialoga.

L’altro fenomeno tipico delle relazioni internazionali post-moderne è la guerra/non-guerra. Ayn Rand aveva analizzato questo fenomeno in Vietnam. Ufficialmente gli Stati Uniti non avevano mai dichiarato guerra al Vietnam del Nord. Ma hanno mandato ugualmente truppe al Vietnam del Sud per combattere contro i nordvietnamiti. Ma non essendo in guerra con il Vietnam del Nord, le stesse truppe non potevano agire se non in missioni difensive e con tante e tali regole restrittive da non poter ottenere risultati decisivi. Alla fine questa non-guerra è costata più di 50mila morti e un ritiro degli Stati Uniti da tutto il Sud-Est asiatico (per non parlare del prezzo pagato dalla popolazione locale abbandonata alla furia dei vincitori comunisti). Le altre guerre/non-guerre a cui stiamo assistendo in questi anni sono l’Afghanistan e l’Iraq. Gli Usa non hanno mai dichiarato ufficialmente guerra al regime talebano. Hanno mandato truppe per sostenere un governo locale non talebano (e parecchio inaffidabile, da quel che si vede) e restano sul territorio per “stabilizzare” la situazione. Ora, dopo 8 anni di tentativi di stabilizzazione, gli americani iniziano ad esserne anche abbastanza stufi. Ed è comprensibile che lo siano. In Iraq gli americani sono intervenuti militarmente contro il regime di Saddam Hussein, ma non hanno mai dichiarato guerra all’Iraq. Non hanno combattuto contro l’Iraq, ma per il popolo iracheno e contro il suo regime. Non hanno neppure potuto issare la bandiera americana su Baghdad, quando l’hanno conquistata, perché dovevano agire nel nome e per conto del popolo iracheno. La guerra è andata ugualmente bene, ma questa ambiguità ha creato un dopoguerra catastrofico, perché gli americani non hanno avuto alcun appiglio (strategico, militare, politico) per applicare una politica di occupazione su un nemico sconfitto. E quindi le bande armate presenti nel Paese stanno continuando a infliggere perdite al vincitore ancora sei anni dopo la caduta di Saddam.

Questi mezzi negoziati e queste mezze guerre, come constatava Ayn Rand ai tempi del Vietnam, servono a fuggire da realtà che non ci piacciono. La realtà nel Vietnam era: un regime comunista che invade un alleato degli Usa. La reazione degli Usa poteva essere: non intervenire (perché il Vietnam era un teatro di guerra troppo piccolo e lontano per minacciare la sicurezza nazionale degli Stati Uniti), o intervenire dichiarando guerra al Vietnam del Nord al fine di costringerlo alla resa (e prepararsi, però, all’eventuale reazione militare della Cina e dell’Urss). Lo stesso dilemma si ripete, in realtà, anche nei casi che abbiamo visto finora: per l’Iran, per il Medio Oriente, per l’Afghanistan e per l’Iraq. In Iran l’alternativa che la realtà ci pone è: distruggere gli impianti nucleari iraniani (a costo di arrivare a una guerra più ampia) o lasciare che il regime di Teheran si doti di armi atomiche, con cui può distruggere Israele e minacciare l’Europa, sperando che il Paese in questione sia troppo debole per costituire una minaccia seria. Per il Medio Oriente l’alternativa che la realtà ci pone è: dettare le condizioni di resa a un movimento palestinese sconfitto o riprendere guerra e occupazione militare, incarcerando o uccidendo tutta la leadership di Fatah e Hamas. Per l’Afghanistan l’alternativa che la realtà ci pone è: mandare una forza di occupazione che controlli il territorio (e dunque si parla, all’incirca, di mezzo milione di uomini) e sconfigga i Talebani, oppure lasciare che a Kabul si instauri di nuovo un regime jihadista che protegge il terrorismo, confidando, ancora, nella lontananza e nella debolezza del nemico. Le alternative sono le stesse anche per l’Iraq: o si occupa militarmente quel territorio, o ci si ritira, lasciando gli iracheni nel loro caos, sperando che quest'ultimo non provochi l'ascesa di un regime terrorista troppo pericoloso per noi.

Perché i governi occidentali fuggono dalla realtà? Perché non affrontano le alternative reali e adottano mezze misure che fanno più male che bene? Forse è inutile constatare ancora che il politico contemporaneo non agisce in base alla realtà, ma in base al consenso. E che secondo la filosofia contemporanea, non c’è la realtà: ci sono solo punti di vista differenti. Quindi un politico contemporaneo, condizionato da questa filosofia, quando deve prendere una decisione (anche sulla sicurezza nazionale), non deve far altro che seguire quel che pensa la maggioranza dell’opinione pubblica e cercare di capire quali sono i punti di vista dei governi, amici e nemici. Scegliere fra guerra e neutralità, come imporrebbe la situazione sul campo, è troppo costoso in termini di immagine e di consenso. Si opta dunque sempre per la via di mezzo. Non perché funziona, ma perché massimizza il consenso. La guerra-che-guerra-non-è, dovrebbe soddisfare pacifisti e guerrafondai, così come il negoziato infinito. Finché qualcuno (come Mohammed Atta l’11 settembre 2001) non ci riporta violentemente ad aprire gli occhi sulla realtà.




permalink | inviato da oggettivista il 4/9/2009 alle 14:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


3 settembre 2009

Perché ribellarsi alla Realpolitik con Gheddafi

Chi non è compromesso con Gheddafi scagli la prima pietra. Il nostro governo è andato a festeggiare il 40mo della presa del potere del dittatore… proprio nel giorno in cui quest’ultimo invitava tutti i Paesi africani a rompere le relazioni con Israele e accusava gli ebrei di essere alle spalle di tutte le guerre. Berlusconi, con questa visita, vanta di aver raggiunto un grande risultato, perché così è possibile il respingimento dei clandestini, l’Eni può consolidare la sua posizione e le nostre imprese edilizie possono iniziare a investire: la prossima autostrada libica potrà diventare la nuova arteria del turismo mediterraneo. In Scozia, in compenso, hanno liberato il terrorista Al Megrahi, autore dell’attentato di Lockerbie (roba da 270 morti) rientrato trionfalmente in Libia. E se lo hanno liberato, non lo hanno fatto solo per motivi umanitari (perché è gravemente malato), ma soprattutto per la pressione del già zoppo governo Gordon Brown, che a sua volta ha agito probabilmente su pressione della British Petroleum, la quale non vede l’ora di concludere contratti miliardari con la Libia. Man mano che alcuni coraggiosi quotidiani come il Times scavano nella vicenda Al Megrahi, salta fuori un vero mercato arabo fra Londra e Tripoli. Si è mercanteggiato sulla memoria della povera poliziotta inglese, uccisa nel 1984 solo perché si trovava di fronte a una manifestazione di dissidenti libici… a Londra. Una vittima della repressione libica a distanza, assassinata da uno sgherro di regime nel cuore del mondo libero, adesso sarà oggetto di una nuova indagine della polizia, consentita dal regime totalitario nordafricano solo in cambio di un’altra indagine, dalle premesse assurde, sul presunto coinvolgimento dell’Mi5 in un tentativo di uccidere Gheddafi. E non si sa ancora quante altre cose il laburista Brown abbia patteggiato con un regime suo nemico, in cambio sempre della stessa cosa: l’interesse nazionale, la prospettiva di fare ricchi investimenti in un Paese “vergine”, che solo da questi ultimi due anni si sta aprendo al mercato. Chi si muove per primo ad accettare compromessi con il regime libico appare addirittura più furbo degli altri, perché "occupa" una fetta del nuovo bengodi promesso.

Di fronte alla liberazione di un terrorista, o alla partecipazione delle nostre Frecce Tricolori alla festa di un dittatore, la gente comune inorridisce. Ma i politici hanno la risposta pronta: “è realpolitik”, oppure “è interesse nazionale”. E forti di questi paroloni tacitano chiunque. L’uomo della strada si sente di nuovo piccolo e non mette più in discussione la scelta del suo rappresentante, anche se a prima vista gli fa schifo.

Ma è giusto che l’uomo della strada stia zitto? E’ giusto, è pratico, è conveniente per noi che si segua la “realpolitik”? La risposta è chiara: no. Prima di tutto perché un governo ha il dovere di proteggere l’incolumità dei suoi cittadini e NON ha alcun diritto di proteggere gli interessi economici di chi vuole investire all’estero.

In una società libera, in cui i diritti individuali siano veramente rispettati, gli imprenditori sono liberi di investire dove vogliono, a loro spese e a loro rischio e pericolo. Chiunque dovrebbe essere libero di investire in Libia, se proprio vuole. Ma, guarda caso, sinora pochissimi hanno potuto o voluto andare in quel Paese con le proprie forze. E’ troppo rischioso, le autorità locali si sono dimostrate violente e inaffidabili, il costo è altissimo, il rischio inaccettabile. Solo un imprenditore ultra-protetto dallo Stato può permettersi una simile operazione, dopo accordi intergovernativi ad hoc. E se lo Stato mette di mezzo appalti pubblici, sovvenzioni e accordi che richiedono una forte spesa della collettività per essere implementati, viola il diritto di proprietà dei suoi cittadini. Sottrae loro proprietà (tramite le tasse) a vantaggio di una sparuta minoranza. Come in molti altri casi, proteggendo investimenti in Paesi dittatoriali ad alto rischio, lo Stato si mette a promuovere, a spese della collettività, un’attività che è fuori mercato. Che in un mercato libero non emergerebbe mai. E come tutte le imprese protette dal pubblico, rappresenta più un costo che un ricavo.

Ancor più grave è il caso in cui lo Stato, per privilegiare gli investimenti di alcuni suoi imprenditori, sacrifica la sicurezza dei suoi cittadini. Su questo punto, sia Brown che Berlusconi sono convinti che la Libia, non solo non costituisca più una minaccia, ma addirittura sia un nuovo alleato nella guerra al terrorismo di Al Qaeda. Non c’è dubbio che Gheddafi stia combattendo il terrorismo islamico, all’interno del suo Paese (dove è all’opposizione). Ma è altrettanto indubbio che lo stia sostenendo all’estero (in primo luogo contro Israele). E non è detto che non riprenda, un giorno che sarà più tranquillo, anche la costruzione di armi di distruzione di massa, come ha sempre cercato di fare fino al 2003. Noi possiamo illuderci che, dando da mangiare al coccodrillo, questo non ci mangerà. Paesi molto vicini a noi stanno subendo ancora le angherie di questo dittatorello: la Svizzera ha ancora suoi cittadini tenuti in ostaggio in Libia, perché la polizia elvetica aveva fermato, per violenza, il figlioletto bullo di Gheddafi. L’impressione che se ne ricava è che, dando da mangiare a questo coccodrillo, non verremo neppure mangiati per ultimi: ci beccheremo i primi morsi in men che non si dica. Le dichiarazioni di Gheddafi al vertice dell’Unione Africana sono da intendersi come una dichiarazione di guerra al mondo occidentale, nel suo complesso. E le parole hanno un senso e un seguito immediato: quanti terroristi, quante bande armate, quanti pirati, quanti dittatori terzomondisti, da queste dichiarazioni, sentiranno di avere un nuovo motivo di essere nella lotta contro l’Occidente? Quanti ospiteranno terroristi, lasceranno carta bianca ai pirati, voteranno all’Onu contro le risoluzioni promosse da Usa e Gran Bretagna, pagheranno i terroristi palestinesi, incoraggiati dal presidente della più importante organizzazione sovranazionale africana? Queste sono le domande che ci dovremmo fare, prima di ammirare la liberazione di un terrorista malato o uno spettacolo delle Frecce Tricolori, il tutto fatto all’insegna della “realpolitik”.



1 settembre 2009

In difesa di una lampadina

Ecco fatto, sono tornato nel mio studio con una lampadina eco-compatibile a risparmio energetico e devo dire che la luce mi fa schifo. Non saprei come rendere la sensazione. Sì, è un po’ come sostituire lo zucchero con il dolcificante. Tutti e due raggiungono lo stesso scopo, ma fra il primo e il secondo c’è una differenza di gusto abissale. Quanto il primo è saporito e sano, quanto il secondo è scialbo e chimico. Ora la stanza è invasa da questa luce biancastra, innaturale, quasi funeraria. E rimpiango le care vecchie lampadine ad incandescenza, che ho ancora in salotto. Quando penso che dovrò sostituire pure quelle con le nuove false luci chimiche, mi viene quasi da star male.

A quanto pare anche moltissimi altri italiani la pensavano, o la pensano, come me, perché la vendita di lampadine a risparmio energetico era circa la metà (anche meno) di quella dei normali bulbi con i fili incandescenti che vediamo sin da quando siamo nati. I led, che fanno tanto chic e che sono ormai associati agli alberi di Natale e ai locali trendy con arredamento hi-tech, sono ancora meno venduti. Perché la domanda è sempre stata: e cosa me ne dovrei fare di ‘sta luce da fighetta?

In un mercato normale, dove ogni consumatore pensa se tenersi la luce da obitorio e pagare meno la bolletta o una vera luce vigorosa e pagare un po’ di più, la maggioranza avrebbe scelto la seconda opzione. Ma ci pensa il pianificatore a “raddrizzare” la nostra cattiva condotta di consumatore sprecone e irresponsabile. Dall’Unione Europea è arrivato l’ordine: tutti DEVONO scegliere la luce peggiore, quella a risparmio energetico, a partire da oggi. Di brutte leggi l’Ue ne ha già fatte tante. Ma mai come in questo caso mi sono sentito addosso il fiato del legislatore, che è persino entrato in casa mia a sostituirmi le lampadine. Questo diktat è stato giustificato con argomenti assurdi. Si dice che in questo modo risparmiamo gas e petrolio per la produzione elettrica e così ci rendiamo più indipendenti dai Paesi arabi. Fare più centrali nucleari… no? E poi chi ci dice che, nel frattempo, intanto che facciamo queste nuove, benedette centrali, dobbiamo necessariamente dipendere da Russia e Paesi arabi? Comprare gas liquido, usare altre fonti energetiche… le alternative ci sarebbero eccome. E poi (e in questo errore ci stavo cascando anch’io) dobbiamo smettere di comportarci e di ragionare come se fossimo tutti abitanti dello stesso condominio, o peggio, come se fossimo tutti la stessa famiglia. Noi non siamo nella stessa famiglia: ogni consumatore deve pensare a sé, ha i suoi interessi ed è in grado di farsi i conti in tasca. Se l’energia inizia a pesargli troppo, inizia a risparmiare. Se non gli pesa, consumi pure tutto quello che vuole. Quando il prezzo sale perché c’è scarsità di un bene, a questo punto è normale che la maggioranza adotti politiche di risparmio, anche quando si parla di energia elettrica. Quando il prezzo è basso va bene mettere l’aria condizionata anche nella cuccia del cane. Ma sostanzialmente sono scelte che devono fare i singoli consumatori, facendo i loro conti.

C’è poi un altro economico che giustifica questa legge che è roba da “Brave New World” di Aldous Huxley, il quale aveva previsto una società da incubo in cui sei costretto a comprare sempre cose (anche inutili) per dare lavoro agli operai. In una logica da “scava la buca e riempi la buca”, si pensa che sostituendo tutte le lampadine si darà più lavoro a elettricisti e a tutta la filiera della luce. Giuro: c’è gente, anche colta, che pensa che sia un bene. Peccato che uno dei vataggi (per il consumatore) delle nuove fonti di luce è che si sostituiscono in tempi più lunghi, quindi paradossalmente daranno meno lavoro e meno ricavi agli elettricisti.

Alla fine, gratta gratta, non ci sono motivi economici che giustificano questa scelta. Ci sono motivi ideologici. Questo cambiamento di luce si deve fare nel nome dell’ambiente, delle minori emissioni, del minor “spreco” di energia. Pur in assenza di una teoria climatica coerente, ormai tutti credono che i nostri consumi stiano generando un riscaldamento globale. Anche se molte prove dimostrano il contrario, si è ormai formata nei decenni una sorta di “coscienza collettiva” che crede nel global warming. E i politici sono bravissimi a soddisfare la domanda della coscienza collettiva di turno. Quindi buone lampadine a tutti. Io mi sono fatto la scorta di bulbi a incandescenza e inizio la mia luminosa resistenza individuale.




permalink | inviato da oggettivista il 1/9/2009 alle 22:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa

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