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Chavez, a Venezia risveglia la voglia di dittatura

E cosa si dovrebbe dire quando un dittatore viene accolto da eroe al Mostra del cinema di Venezia? Solo una cosa: che in Italia c’è tanta voglia di dittatura. Questa è purtroppo l’Italia di oggi e le alternative sono sempre più mute, piccole e sterili.

Avevo sperato in contro-manifestazioni a Venezia, non dico dei dissidenti, ma almeno di quegli imprenditori che sotto il tiranno Chavez hanno perso tutti i loro averi da un momento all’altro. Non c’era nessuno, solo qualche cartello. Avevo sperato in qualche domanda cattiva da parte dei giornalisti, che si lamentano tanto del “regime” imminente qui in Italia e che avevano l’occasione, ieri, di andare a stuzzicare un dittatore vero, a capo di un regime vero, che nell’arco di pochi anni ha fatto chiudere una trentina di emittenti, monopolizza gli spazi televisivi, propina al popolo prediche da Grande Fratello. E invece: niente. Avevo sperato in un guizzo di orgoglio degli organizzatori della Mostra del Cinema. Speravo che qualcuno, come il rettore della Columbia University che aveva invitato Ahmadinejad a parlare nel suo ateneo, introducesse al pubblico il tiranno per quello che era: un “crudele dittatore”, esponendolo al pubblico ludibrio. E invece: niente, solo onori, tappeto rosso e firma di autografi. La forza è stata usata, civilmente, per allontanare i tifosi più esagitati. Speravo almeno che di fronte ai vari, ridicoli, discorsi non richiesti di Chavez, sul popolo, Dio, il cristianesimo e la lotta anticolonialista (a quasi due secoli dall’indipendenza venezuelana) scoppiassero risate, almeno da parte di una minoranza del pubblico. E invece: applausi, slogan e inno del Venezuela. Cosa ci aspettavamo dalla sinistra? Loro vogliono la dittatura, lo hanno sempre detto, lo hanno sempre fatto: quando va bene vogliono che un autorità politica diriga l’economia, quando va male vogliono che un’autorità assolutista diriga anche le nostre vite private. Si lamentano della censura solo quando qualcuno impedisce loro di prendere il potere assoluto. Non dobbiamo stupirci, la sinistra funziona così dai primi del ‘900. Nei primi anni 2000, in un decennio di lotta contro “l’esportazione della democrazia” di Bush ci hanno abituato a ragionare contro la democrazia e a favore delle dittature. I media e i professori universitari, i centri studi e le maestre elementari ci insegnano che i dittatori sono esponenti di una cultura diversa, che va rispettata. Il grande “change” introdotto dal messiah Obama nella politica estera è questo: dopo la “arroganza” democratica di Bush, oggi dobbiamo amare i dittatori come noi stessi. E’ il segno dei tempi.

E’ difficilissimo anche trovarla un’alternativa a questo mainstream. Proprio ieri, mentre Chavez sfilava al Lido, la Farnesina (che non è controllata dagli stessi nostalgici delle dittature comuniste di Venezia) confermava l’appoggio della candidatura di Farouk Hosny alla guida dell’Unesco. E così, con la nostra benedizione, avremo un antisemita esplicito, che dichiara di voler bruciare i libri scritti da ebrei, a capo di un organismo Onu che dovrebbe proteggere il patrimonio culturale dell’umanità. E’ difficile trovare un alternativa all’amore dei dittatori che la sinistra nutre da un secolo, quando il premier di centro-destra va ad abbracciare il dittatore Gheddafi, si dichiara amico intimo del dittatore Putin, manda il ministro degli esteri a stringere la mano al dittatore Assad.

E’ la “realpolitik”, insomma, basta con queste “pazze ideologie neocon” che vogliono combattere le dittature, difendere i diritti umani, liberare i popoli. Quelle sono robe da bambini, i veri uomini applaudono Chavez. E magari ne vogliono uno anche per l’Italia. Così da far tornare la Mostra del cinema di Venezia ai fasti di una volta: con Goebbels ospite e “Suss l’ebreo” (tragico preludio all’Olocausto) applaudito in sala.

Pubblicato il 8/9/2009 alle 14.6 nella rubrica Diario.

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