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Una cura per il sistema-Italia

Allora, iniziamo col dire che, mentre sto scrivendo, sto aspettando il tecnico che mi deve cambiare il contatore elettrico. Doveva essere qui alle 11, adesso sono le 12,15 e non è ancora arrivato, senza né avvisare né tantomeno scusarsi. Ho telefonato alla ditta: una voce annoiata, tipica di uno che non ha voglia di rispondere al telefono, afferma che “sta arrivando”.

Adesso sono le 12,50 e il tecnico non si vede ancora. La solita voce annoiata, questa volta ha tagliato con un “scusi, ho una chiamata sull’altra linea”. Nel frattempo ho perso tutti gli appuntamenti di questa mattina. Sono le 13,15 e la ditta questa volta non mi risponde nemmeno. Scoppio di rabbia. Devo dire a qualcuno quello che sto passando.

Ho telefonato a un paio di amici e ai miei genitori. Tutti hanno l’aria rassegnata. Mi sembra proprio di vederli dall’altra parte della cornetta: ti guardano con sufficienza, alzano le spalle, ti dicono: “E’ così, di cosa ti stupisci?”. Eccolo qui, il sistema Italia. Ormai siamo talmente abituati ai disservizi che, quando si ci presentano davanti per noi è una cosa normale come la pioggia o il vento. E’ una cosa che “si sa”. Si sa che gli autobus arrivano sempre con 10, 15, 20 minuti di ritardo, che il passante ferroviario ha come minimo 5 minuti di ritardo (e quando piove, anche se è sotterraneo, magicamente si ferma). Si sa che se prendi un treno per andare in un’altra città italiana, il ritardo rischi di farlo di 3 ore. Si sa che se mandi un computer in riparazione aspetti 2 mesi (io sono al secondo mese e mezzo di attesa per il mio computer nuovo, comprato già rotto all’origine). E si sa ovviamente che, delle cose che compri, è molto probabile che una su dieci è difettosa all’origine. Si sa che, se sei un lavoratore autonomo, i clienti non ti pagano. Se lo fanno, si sa che lo fanno con ritardi di 3, 6, 8 mesi o anche di più. Si sa che se chiedi qualcosa a un fornitore, questo te la manda con minimo una settimana di ritardo e magari quando ti arriva vedi anche che è rotta o è un’altra cosa e devi rifare la richiesta.

Questo sistema è talmente consolidato che la gente ormai lo accetta come la pioggia o il vento. Diventa impossibile lamentarsi: perché, ti dicono, ti stupisci che la pioggia è bagnata? Ti lamenti perché il vento fischia? Ma sei nato ieri o cosa?!

Oppure, l’altra reazione, speculare e opposta, è quella della lagna o della minaccia permanente. E’ quello della gente esasperata che minaccia di far causa a tutti per qualsiasi cosa. E’ l’esasperazione del cliente che chiama il call center e vuole far causa al centralinista prima che questi dica un “pronto” perché l’attesa è lunga. E’ quella di chi vuol far causa al barista perché ti porta una birra che ritiene troppo piccola. O di chi fa causa al cameriere che inciampa nella sua sedia. Il più delle volte è gente che se la prende con i più deboli e per i motivi più stupidi. Pare stia diventando una caratteristica di noi milanesi: lamentati sempre e tieni pronto il numero del tuo avvocato. Da quel che vedo non è solo una caratteristica dei milanesi. Siamo veramente diventati un popolo costituito per metà da lagnosi, per l’altra metà da esasperati. Abbiamo bisogno, a questo punto, di sole due categorie professionali: avvocati e psicologi.

Ah ecco, il tecnico è finalmente arrivato. Con due ore di ritardo. Non parla molto, ma ha l’aria incazzata, esasperata, vendicativa. Guai a dirgli qualcosa sul suo ritardo di due ore, evidentemente non dipende da lui. E da quel che vedo queste due ore di ritardo gli sono costate molto, in termini di stress e di fatica. Se gli dici qualcosa ti ficca il cacciavite in gola. Ecco: questa è l’altra faccia del sistema Italia. Tutti sono “vittime”. Magicamente si perdono nel nulla le vie che portano a capire chi è responsabile di un disservizio. Capita nelle piccolissime cose: quando l’autista di autobus che arriva con 20 minuti di ritardo, facendoti perdere il treno, l’aereo o minuti preziosi di lavoro, ti guarda con aria di rivendicazione e dice: “ringraziami che sono arrivato; io sono qui a guidare, del mio collega che doveva passare prima di me non so niente!”. Capita nelle cose più enormi: quando un treno carico di Gps è esploso a Viareggio provocando una piccola Hiroshima nell’Italia centrale, le responsabilità si sono improvvisamente frammentate in una serie infinita di scarica-barile: colpa delle ferrovie, no di chi fa i vagoni, anzi no dei binari e di chi li ha costruiti, anzi colpa della manutezione, no nemmeno, della ditta che ha fabbricato e venduto i bulloni…

E’ soprattutto questa la caratteristica più assurda del “sistema Italia”, che tutti si lamentano, ma nessuno riesce a trovare un responsabile. A livello “macro” è impossibile risalire a una causa unica. Da come appare, il sistema Italia è assolutamente irriformabile. In realtà una soluzione vi sarebbe: l’unico sistema in cui si è spinti ad assumersi la propria responsabilità è il libero mercato. In un sistema di mercato, vivi finché soddisfi il cliente. Se non soddisfi il cliente perché sei inefficiente, fallisci. Ma la gente non vuole libero mercato. Quindi il problema è: l’etica degli italiani. Sto per partire con il solito pistolotto sulla presunta mancanza di senso civico negli italiani? Neanche per idea. Il senso civico che ci insegnano nelle scuole è il problema, non la soluzione. Per senso civico intendo quella mentalità in base alla quale devi lavorare per il bene della “società”, prima ancora che per il tuo bene. Dall’Unità d’Italia in poi ti insegnavano che dovevi sacrificarti per la patria. Poi il fascismo ha finalmente affossato questo tipo di etica. Lavorare e morire per gente come Mussolini e Hitler, per di più per perdere la guerra, non è il massimo della vita. Nell’ultimo mezzo secolo, il senso civico che tira di più è quello cattolico (prima viene il bene della comunità e poi il tuo) e quello comunista (prima viene il bene della tua classe sociale e poi il tuo). Il problema è proprio nel collettivismo. Se dai priorità al bene della collettività, rischi da un lato di rimanere deluso dalla bontà di questa collettività. E dall’altra rischi di snervarti per mancanza di incentivi individuali se lavori bene. Il cattolico comunitarista che entra in un’azienda e lavora per il bene della comunità, cooperando diligentemente con il suo datore di lavoro, rischia di rimanere scottato dal cinismo del “padrone” che sfrutta la sua bontà a suo esclusivo vantaggio. E il cattolico che resta scottato da questa esperienza, il più delle volte, passa alla versione eretica e meno paziente del cattolicesimo: il comunismo. Il comunismo, in soldoni, si traduce in scontro. E lo scontro (terrorismo, rivoluzioni e dittature del proletariato a parte) si concretizza in: non lavorare. Non lavorare per principio, per non fare gli interessi del “padrone”, per chiedere stipendi sempre più alti e orari sempre più ridotti, fino al fallimento dell’azienda. Dall’altra parte, il comunista o il cattolico che sono privati di soddisfazioni individuali per troppo tempo, nemmeno dopo anni di duro lavoro o duri scontri, tendono a diventare quanto prima degli squali: gente che rigetta ogni codice morale e che vuole farsi strada anche sulla pelle degli altri. C’è chi parte subito, chi parte prima, chi parte solo dopo anni di delusioni, ma alla fine troppa gente arriva all conclusione che: “io mica sono nato ieri. La società mica è buona, l’importante è approfittarne”. E le cose iniziano ad andare veramente male. La burocrazia si riempie di impiegati e funzionari che prendono lo stipendio per non lavorare, perché “non sono mica nati ieri”. Le aziende si riempiono di manager irresponsabili che mungono l’azienda e poi la lasciano in condizioni miserabili, pur guadagnandoci, perché “non sono mica nati ieri”. Siamo pieni di imprenditori che, invece di produrre, passano tutto il tempo a cercare appoggi politici, tanto è lo Stato che li finanzia o li protegge in caso di fallimento, perché “non sono mica nati ieri”. L’Italia si riempie di finte aziende e finte burocrazie che hanno l’unico scopo di attirare soldi a palate dallo Stato o dall’Unione Europea, perché i burocrati “non sono mica nati ieri”.

Ecco perché il senso civico collettivista è l’origine dei nostri problemi, non la soluzione. La soluzione si potrebbe avere, semmai, riportando il nostro sistema morale alla realtà: alla realtà di un uomo naturalmente egoista, che mira ad avere premi e incentivi, mentre rigetta il sacrificio. Un bel bagno di realtà, anche nell’etica, farebbe bene: l’egoismo ci curerebbe dai nostri mali, non ci farebbe peggiorare. Ci vuole il sano egoismo di gente che cerca di essere indipendente: indipendente dal potere, indipendente dall’aiuto altrui. Questo andrebbe insegnato sin da subito: vedi di cavartela da solo.

Pubblicato il 17/10/2009 alle 16.34 nella rubrica Diario.

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